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<title>Le ultime notizie dal Musei Aritzo</title>
<link>https://www.museoaritzo.ollsys.com</link>
<description>Scopri tutte le ultime novità con il feed del Musei Aritzo</description>
<language>it-it</language>
<copyright>Copyright (C) 2021</copyright>
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	<title><![CDATA[Museo Etnografico]]></title>
<description><![CDATA[<p>Il museo etnogragrafico come scrigno della storia e delle memorie del paese. Un percorso da attraversare, da vivere. Il museo etnografico di Aritzo &egrave; una componente indissolubile del tessuto sociale e abitativo, del territorio e del patrimonio naturalistico E per questo motivo &egrave; stato definito anche "eco-museo".</p>
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<h5>SALA I</h5>
<h6>Il pastoralismo</h6>
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<p>La sala &egrave; dedicata al settore del pastoralismo documentato in tutti i suoi aspetti della cultura materiale e immateriale. La prima &egrave; esaustivamente rappresentata in ogni suo momento, dalla produzione alla conservazione e al consumo dei suoi prodotti, nonch&eacute; alla conduzione e al governo della domesticit&agrave; degli animali, e ai processi storici di umanizzazione dello spazio. Pienamente documentato &egrave; il processo di lavorazione del latte, dalla mungitura alla produzione dei formaggi e latticini in generale, come pure la tecnica di spartizione del latte attraverso la mutua restituzione tra pastori. Sono esposte aste lignee graduate per la misurazione del latte, ciotole e cucchiai in corno di montone o in legno. Presenti sono pure tutti gli utensili, per la tosatura e marchiatura del bestiame sia di piccola e grossa taglia, selle e finimenti di tipologie diverse per animali da soma, (cavalli e somari) bisacce e indumenti tradizionali del pastore. Presente pure un raccolta completa in tutte le sue tipologie del campanaccio, documentato in tutte le sue sfumature sonore in forme e dimensioni diverse. L&rsquo;elemento per&ograve; che conferisce peculiarit&agrave; alla cultura pastorale aritzese, &egrave; costituito da un oggetto che pertiene alla sfera simbolica religioso-magica, ancora in uso fino agli anni ottanta del XX Sec.. Si tratta di &ldquo;Su Giuramentu&rdquo; un grappolo di medaglioni di bronzo recanti immagini sacre, e un crocefisso, usato per dirimere controversie generate da sconfinamento di pascolo, razzie di bestiame e perfino atti di sangue attraverso la recitazione di apposita formula rituale. Degno di nota segnalare, che il giuramento del falso era ritenuto da tanti &nbsp;causa di conseguenze nefaste quali la cecit&agrave;, retaggio evidente di un&rsquo;antica prova ordalica ancora viva nel mondo pastorale fino all&rsquo;et&agrave; moderna. In ultimo vi &egrave; documentata la transumanza come viaggio verso spazi altri, e momento di apertura al mondo esterno.</p>
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<h5>SALA II</h5>
<h6>L&rsquo;umanit&agrave; itinerante</h6>
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<div class="wpb_wrapper"><strong>IL VIAGGIO VERSO SPAZI ALTRI</strong>
<p>La sala che documenta l&rsquo;elemento distintivo della cultura materiale locale, sotto alcuni aspetti &egrave; assimilabile a quelle delle comunit&agrave; finitime, ma tuttavia se ne distingue per la presenza di una robusta componente del commercio itinerante. Essa rappresenta l&rsquo;attivit&agrave; delle raccoglitrici di castagne e nocciole nonch&eacute; dei mercanti girovaghi a cavallo, o con carrettone dediti al commercio dei prodotti del bosco e da essi derivati, castagne, torroni, legname, travi, carbone, bottame, casse intagliate ecc. in cui l&rsquo;elemento forte &egrave; costituito dall&rsquo;incetta della neve per la produzione della carapigna (sorbetto ottenuto da una soluzione acqua, zucchero e limone impiegando come refrigerante ghiaccio di neve) non solo come elemento di specializzazione produttiva etnica ma come momento di mobilit&agrave;, viaggio verso spazi altri che rappresenta &ldquo;la breccia nella sfera&rdquo; etnocentrica che apre al mondo di fuori.</p>
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<h5>SALA III</h5>
<h6>I Saperi delle donne</h6>
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<p><strong>FILADORES E TESSIGNANAS</strong></p>
<p>Nella sala&nbsp; &egrave; rappresentata la cultura materiale della lana in tutta la sua catena operativa, dalla tosature alla cardatura, dalla lana sporca alla lana lavata, alla filatura, tinteggiatura con essenze vegetali e tessitura. Vi sono esposti tutti gli utensili, dai pi&ugrave; semplici e rudimentali fusi, conocchie e pettini per cardare la lana fino ai diversi tipi di arcolai e alle pi&ugrave; complesse macchine cardatrici e tessili. Ben rappresentata &egrave; la produzione dei manufatti di lana, dalle lenzuola e pezze d&rsquo;orbace di diverso pregio e raffinatezza, per la confezione degli abiti fino alle coperte, ai tappeti e agli arazzi. Prodotti eccelsi della manipolazione della lana e del lavoro femminile sono per&ograve; soprattutto gli abiti tradizionali muliebri presenti nelle loro numerose varianti, (quotidiane, da sposa, da lutto) e nei rutilanti colori, come pure nelle loro fogge particolari.</p>
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<h5>SALA IV</h5>
<h6>Dalle Api alle candele</h6>
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<p>In questa sezione trova spazio quale segmento del sapere delle donne, la bottega artigiana della lavorazione della cera, di cui &egrave; rappresentata l&rsquo;intera catena operativa, a partire da l&rsquo;estrazione del favo dal bugno di sughero delle api, separazione della cera dal miele, fusione della cera, preparazione delle candele e loro decorazione. Sono presenti tutti gli utensili dai torchi lignei ai caldai di rame, ai mestoli forati per estrarne le impurit&agrave; dalla cera bollente, al contenitore di rame stagnato per la lavorazione delle candele fino al tavolo di lavoro, e ai coltelli e punteruoli per la decorazione.</p>
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<h5>SALA V</h5>
<h6>Lo spazio domestico</h6>
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<p>L&rsquo;esposizione &egrave; relativa allo spazio domestico per eccellenza, con cui viene rappresentata la cucina della dimora tradizionale propria della montagna sarda. Ambiente che si qualifica non solo come spazio specifico del produrre, consumare e conservare, ma anche del riposare. Esso &egrave; dotato di focolare centrale, con annesse stuoie di erba palustre, usate come giaciglio da stendere attorno al fuoco e graticcio sospeso in alto per essiccare le castagne. Vi &egrave; allestita l&rsquo;intera catena operativa della panificazione e della trasformazione delle castagne con esposizione di oggetti in gran numero, a partire dai crivelli e dalle macine in pietra per il grano, setacci per la farina, madie per impastare il pane tavoli e macchine per la gramolatura della pasta e ceste di varie forme e funzioni, e di materie diverse: di asfodelo, fieno e palma nana. Chiudono il ciclo del pane gli utensili del forno: forconi, pale di legno e ferro, nonch&eacute; esemplari di vari tipi di pane. Pi&ugrave; breve il ciclo di lavorazione delle castagne, che documenta il processo di essiccazione di sbucciatura e di preparazione di pietanze locali.</p>
<p>Segue una presentazione del processo di lavaggio della biancheria tramite la liscivia e una ricca collezione di casse intagliate per la conservazione di alimenti e biancheria. Non mancano culle tradizionali, girelli e seggioloni, ed &egrave; presente una raccolta di giocatoli, quale fedele riproduzione di strumenti agricoli, come rappresentazione di un momento considerato propedeutico al lavoro.</p>
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<h5>SALA VI</h5>
<h6>Casa di Aritzo o Barbaricina</h6>
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<p>Le casse intagliate esposte nella sala, tutte di produzione locale, pertengono per modulo stilistico&ndash;formale al modello sub-regionale classificato come cassa di Aritzo o Barbaricina.</p>
<p>E&rsquo; scientificamente attestato infatti che in Sardegna relativamente alla produzione delle casse e cassoni nuziali intagliati, in legno di castagno, sono presenti due ben distinte tipologie ascrivibili rispettivamente al modello di Aritzo o della Barbagia e al modello Lussurgese o del Montiferru.</p>
<p>L&rsquo;importanza della prima &egrave; attestata a partire dall&rsquo;Ottocento, dai resoconti di viaggiatori, etnografi e pi&ugrave; in generale da studiosi di cose sarde quali l&rsquo;Angius, Lamarmora, Wagner, e in ultimo Albizzati, i quali hanno unanimemente assegnato ad Aritzo il ruolo di centro di irradiazione di questo manufatto ligneo; la cassa nuziale della montagna sarda, &egrave; &nbsp;tuttora nota nel suo areale di diffusione che si estende ai Campidani e all&rsquo;Ogliastra come &ldquo;cascia de Aritzu&rdquo;.</p>
<p>Una produzione artigiana che si mantiene ininterrotta da secoli in tutta la sua vitalit&agrave;, conferma l&rsquo;attendibilit&agrave; delle osservazioni recate dagli studiosi del passato.</p>
<p>Ecco come Lamarmora riferisce di questo manufatto: &ldquo;l&rsquo;altro commercio degli aritzesi (essendo quello principale il commercio delle nevi, n.d.r.) consiste nelle casse di castagno scolpite con fantasie di uccelli e animali fantastici, che portano per vendere nei lontani villaggi a schiena di cavallo&rdquo;.</p>
<p>La produzione e il commercio della cassa nuziale ha rappresentato realmente al pari dell&rsquo;incetta e commercio della neve, una voce rilevante nella vita della comunit&agrave; aritzese.</p>
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<p>Lo statuto culturale che questi prodotti occupavano negli scambi sociali, era quello di beni di lusso immessi nel circuito commerciale esclusivamente attraverso il pagamento in moneta.</p>
<p>Rinomata in tutta la Sardegna centro-meridionale, dal Nuorese alla Barbagia Mandrolisai ai Campidani e all&rsquo;Ogliastra, la cassa nuziale, fatta di legno di castagno, era molto richiesta e impiegata per usi vari (conservare la biancheria, gli abiti, i gioielli, il pane e le granaglie) in un epoca in cui l&rsquo;arredo domestico era molto raro e prezioso. Tinteggiato con sangue ovino o caprino, o con ocra rossa questo manufatto tendeva col tempo a perdere il suo colore rutilante e ad assumere un aspetto cromatico oscuro, sia per effetto del fumo che stagnava regolarmente nelle case con focolare al centro della cucina, e soprattutto a causa del processo di ossidazione del tannino contenuto nel legno. A questi gioielli dell&rsquo;artigianato ligneo, la comunit&agrave; aritzese ha dedicato&nbsp; il Museo del Castagno e della Cassa intagliata&nbsp; presso la casa Devilla, antica casa padronale di impianto spagnolo.</p>
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<h5>SALA VII</h5>
<h6>Su padente</h6>
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<p><strong>IL BOSCO E LA SELVA</strong></p>
<p>La sala &egrave; dedicata a tutto ci&ograve; che pertiene a &ldquo;Su padente&rdquo;, (il bosco e la foresta) alle sue risorse e alla loro trasformazione, e quindi non solo all&rsquo;attivit&agrave; di raccolta di castagne e nocciole, ma al prelievo della legna da ardere e del legname, alla carpenteria, all&rsquo;arte dell&rsquo;intaglio delle casse e cassoni nuziali, all&rsquo;estrazione della radica per pipe, &nbsp;alla produzione di carbone, alle botteghe del bottaio e del mastro carraio. Il repertorio dei vari complessi tecnici rappresentati comprende, diversi tipi di accetta, ascia e sega: utensili di varie dimensioni forme e funzioni (scuri per l&rsquo;abbattimento degli alberi, per la squadratura dei tronchi, seghe per fare le tavole&nbsp; ecc.) mazze di legno con relativi cunei in ferro per spaccare la legna. Segue come segmento derivato il settore delle botteghe artigiane, con la rappresentazione dell&rsquo;arte del bottaio, del mastro carraio, dell&rsquo;intagliatore con esposizione dell&rsquo;intera e copiosa utensileria.</p>
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<h5>SALA VIII</h5>
<h6>Fabbro Maniscalco e lo spazio agrario</h6>
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<p><strong>BIDATZONE E POBORILE&nbsp;</strong></p>
<p>L&rsquo;ottava sala rappresenta la costruzione storica dello spazio agrario, a partire dalla sua ripartizione ed uso ovvero, la rotazione agraria biennale o quadriennale , basato sulla ripartizione dell&rsquo;aratorio del villaggio fra bidatzone e poborile terre seminate a cereali e maggese nudo. Due sono le pratiche di cultura materiale che in questo caso qualificano le modalit&agrave; d&rsquo;accesso allo spazio. L&rsquo;attivit&agrave; contadina che ad Aritzo non rivestiva il ruolo di pratica dominante (ancora nel 1935su quasi settemila ettari di suolo appena 126 erano gli ettari coltivati a cereali) con il suo complesso di utensili e macchine che vanno dalle pi&ugrave; comuni zappe agli aratri in legno, carri a buoi, gioghi, falci, macchine solfatrici e imballatrici, pale e tridenti per la spulatura del grano, accette, roncole, innestatoi contenitori per l&rsquo;acqua nel lavoro dei campi borracce di sughero, di zucca, e otri di pelle di capra ecc . .Precede quale attivit&agrave; introduttiva, l&rsquo;officina del fabbro maniscalco con vasto repertorio di strumenti deputati alla forgiatura di tutti gli attrezzi del mondo contadino nonch&eacute; alla ferratura del bestiame domito usato nel lavoro dei campi.</p>
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</div><p style='display:none'>cat_news</p>]]></description>
<link>https://www.museoaritzo.ollsys.com/index.php/tzente/articoli/18</link>
<pubDate>Thu, 18 Sep 2025 10:56:48 +0000</pubDate>
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	<title><![CDATA[Museo Antonio Mura]]></title>
<description><![CDATA[<p>Il Museo Mura, che ha sede nell&rsquo;ex municipio in Pratz&rsquo;e Iscola, &egrave; uno spazio dedicato al pittore Antonio Mura all'interno del quale sono presenti le sue maggiori opere, e tante altre donate al comune da privati e dai suoi familiari; uno spazio che lega l&rsquo;artista con i suoi compaesani, per mostrare e celebrare la grandezza e bravura di un sardo dei primi del 900. La bellezza che attraverso il tratto pittorico ci riporta in quella Sardegna fatta di tradizioni e di colori, colori dei meravigliosi tessuti sardi che Antonio Mura riporta nelle sue opere. Volti di donne e uomini che sfidano la vita per un mondo migliore.</p>
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<h5>Chi &egrave; Antonio Mura</h5>
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<p>Antonio Mura, pittore e incisore, &egrave; tra i pi&ugrave; rilevanti artisti sardi del Novecento. Nasce ad Aritzo il 12 Gennaio 1902, ultimo di cinque fratelli, ha un nonno avvocato e un padre esattore delle tasse, la sua famiglia &egrave; stimata in paese. Dopo il liceo classico a Cagliari, si trasferisce a Roma, dove frequenta la Reale Accademia delle Belle Arti &ndash; tra i suoi docenti, personalit&agrave; del calibro di Adolfo De Carolis e Duilio Cambellotti &ndash; e i corsi liberi del nudo nell&rsquo;Accademia Inglese. Gli anni romani significano anche e soprattutto la frequentazione di alcuni luoghi fondamentali dell&rsquo;arte, i Musei Vaticani, il Museo di Valle Giulia, il Museo Borghese, Villa Torlonia. Successivamente compie viaggi e soggiorni di studio a Firenze, Venezia e Milano.<br />Al 1933 risale la sua prima mostra personale, allestita a Cagliari alla Galleria Palladino, viene accolta con favore dal pubblico e recensita positivamente dai critici. Partecipa alle Sindacali regionali e, ancora a partire dagli anni Trenta, + presente nelle pi&ugrave; prestigiose rassegne nazionali, tra le quali la Quadriennale Romana e la Biennale di Venezia.<br />Le opere di Mura affrontano i principali generi pittorici, dalle grandi composizioni di figure ai ritratti &ndash; particolarmente rappresentativi quelli dei bambini &ndash; ai paesaggi e alle nature morte. Ma, uomo profondamente religioso, &egrave; soprattutto la pittura sacra a contraddistinguerlo nel panorama della sua epoca.<br />Negli anni del secondo conflitto mondiale vive ad Aritzo, per poi trasferirsi a Cagliari alla fine della guerra. Qui intraprende quel sodalizio con i padri mercedari che lo conduce alla realizzazione delle sei opere per la Basilica di Bonaria, sue pale d&rsquo;altare si trovano, inoltre numerose, in altre chiese della Sardegna e a Roma. A Cagliari &egrave; anche insegnante &ndash; al Liceo Parificato diventato poi Liceo Artistico &ndash; molto amato dagli studenti per la sua professionalit&agrave; e per l&rsquo;innata gentilezza. Per questo ancora oggi gli aritzesi amano ricordarlo, con affetto e orgoglio, come su pintore o su professore. Muore a Firenze, dove trascorre l&rsquo;ultimo periodo della sua esistenza, il 7 Aprile 1972.</p>
<h5>La sua pittura</h5>
<p>Ad accoglierci &egrave; la figura di una giovane donna, che porta una cesta di arance e pare volerci introdurre al mondo pittorico di Antonio Mura. Un mondo in cui si possono riconoscere le immagini di un&rsquo;identit&agrave; fortemente sentita e intimamente legata ad Aritzo, ma aperta ad un&rsquo;esperienza estetica e nuova, originale, nutrita di una salda cultura visiva.</p>
<p>La figura di donna &ndash; l&rsquo;opera del 1927, si intitola Figura decorativa &ndash; campeggia maestosa tra le case bianche di una via del paese illuminata dal sole. Tutta definita nella sua linea di contorno, si lascia cogliere dalla luce che scorre sulle maniche bianche s&rsquo;incunea tra le pieghe della gonna color carminio.</p>
<p>Su un fondo indefinito e scuro sono costruite invece le figure dei suonatori nel Concerto, dipinto riferibile ai primi anni Trenta: la natura morta descritta in primo piano parla della sacralit&agrave; che si cela in un esistenza umile, come testimoniano il pane e il vino, simbolo eucaristico.</p>
<p>Le altre opere nella sala &ndash; composizione di figure, paesaggi e nature morte &ndash; rivelano riferimenti artistici che spaziano dal Seicento alla modernit&agrave; e mostrano evidenti il mutare il passare del tempo, delle scelte stilistiche del Mura.</p>
<p>La sua pittura, si fa infatti via via pi&ugrave; sintetica, progressivamente il colore assume una spiccata libert&agrave; espressiva, come un emozione che affonda in radici salde. Pittura &ldquo;compendiaria&rdquo; la definire negli anni Cinquanta lo studioso Nicola Valle, attento estimatore del pittore aritzese.</p>
<p>Era stato lo stesso Valle, nel recensire la prima personale del 1933, a catturare, infine l&rsquo;importanza dei ritratti nella produzione di Mura, in particolare dei ritratti dei bambini, perch&eacute; i bambini tra tutte le creature sono le pi&ugrave; vicine a Dio. &ldquo;a Galleria Palladino &egrave;, in questi giorni&rdquo; aveva scritto Valle, &ldquo;tutta sorrisi. Occhieggiano dalle tele di Mura monelli furbi e paffuti, dal musetto sporco ed il berretto a sghimbescio, e bambini dallo sguardo mite che ci guarda o dolcemente come se richiedessero una carezza&rdquo;.</p>
<h5>La sua passione</h5>
<p>Antonio Mura si sofferma spesso a raffigurare con delicatezza l&rsquo;universo femminile.</p>
<p>Le opere si dispiegano come in un affascinante fregio della vita, che abbraccia le differenti et&agrave; e dall&rsquo;infanzia giunge alla vecchiaia, passando attraverso il tempo della giovinezza, colmo di speranze.</p>
<p>Una speranza silenziosa, discreta, attraversa il dipinto La Sposa, realizzato nel 1925. L&rsquo;anno successivo, nel 1925, viene selezionato dalla giuria ed esposto alla III Biennale romana, accanto alle opere dei maestri dell&rsquo;Accademia delle Belle Arti. Al centro della tela &egrave; una giovane in abito tradizionale, inginocchiata all&rsquo;interno della parrocchiale di San Michele ad Aritzo; la donna anziana alle sue spalle contribuisce a rafforzare il senso dello spazio e la solidit&agrave; dell&rsquo;architettura. La ragazza ha occhi neri e lucidi, messi in risalto dal bianco che le avvolge il viso e dalla ricchezza cromatica dei rossi, dei gialli e dei blu che accendono la composizione, tra le mani stringe un rosario prezioso, descritto con minuzia di dettagli, ma tutta l&rsquo;atmosfera parla di una purezza semplice e familiare.</p>
<p>Le altre opere declinate con quella variet&agrave; di stile che caratterizza le diverse fasi della sua produzione, Mura sa intuire gesti appena rivelati. I ritratti, come sempre nel pittore, tendono a cogliere l&rsquo;essenza e non l&rsquo;esteriorit&agrave;, a rivelare il sentimento della sacralit&agrave; della vita; allo stesso modo le ambientazioni mandano sempre a qualcosa di profondamente religioso, anche quando si tratta di umili interni domestici.</p>
<h5>La sua arte</h5>
<p>Se tutta la sua arte riflette l&rsquo;anelito a celebrare l&rsquo;armonia del creato, con profonda devozione, nel corso dei decenni Antonio Mura dipinge significative opere di soggetto propriamente religioso, oltre alle numerose pale d&rsquo;altare in Sardegna e a Roma. Nel 1937, inoltre realizza il ritratto del Cardinale Pacelli, futuro papa Pio XII.</p>
<p>A dominare &egrave; l&rsquo;imponente tela con l&rsquo;Adorazione del Venerd&igrave; Santo, dipinta nel 1928 ed esposta l&rsquo;anno successivo alla Primavera fiorentina. Nella composizione, impostata sull&rsquo;equilibrio di linee direttrici verticali e orizzontali, l&rsquo;architettura austera misura lo spazio degli uomini e accoglie il mistero del tempo divino non misurabile, le figure esprimono grande concentrazione, assorte nel silenzio dell&rsquo;atto rituale che rinnova il sacrificio della croce. Il Crocifisso costituisce infatti il punto verso il quale converge tutto il phatos&nbsp; da cui &egrave; caratterizzata la scena.</p>
<p>Il tema della Crocifissione &egrave; ripreso anche in un&rsquo;opera del 1944, uno dei non frequenti dipinti realizzati da Mura negli anni della seconda guerra mondiale, che lo vedono impegnato soprattutto come incisore. Qui il figlio di Dio &egrave; rappresentato nell&rsquo;attimo immediatamente successivo alla morte: quell&rsquo;attimo in cui non sono ancora del tutto svanite le ombre del patimento, il corpo &egrave; ancora livido ma gi&agrave; si percepisce la serenit&agrave; della gloria; quel fugace volgere di un istante in cui si rende manifesto anche visivamente il dogma della duplice natura umana e divina di Cristo.</p>
<p>&Egrave; un quadro &ldquo;che rivela al primo sguardo viva commozione estetica&rdquo;, ebbe a scrivere un commentatore, &ldquo;e fissa l&rsquo;attenzione dell&rsquo;osservatore che prima analizza, poi ammira e con trasporto si abbandona alla contemplazione di quell&rsquo;effige che ispira dolcezza, piet&agrave; e amore nel sommo dolore divinamente contenuto&rdquo;.</p>
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</div><p style='display:none'>cat_news</p>]]></description>
<link>https://www.museoaritzo.ollsys.com/index.php/tzente/articoli/17</link>
<pubDate>Thu, 18 Sep 2025 10:38:04 +0000</pubDate>
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	<title><![CDATA[Casa Devilla]]></title>
<description><![CDATA[<p>&Eacute; un complesso architettonico che conserva intatto il nucleo originario di impianto spagnolo, nonostante essa sia il risultato di varie fasi costruttive. La struttura si sviluppa su tre livelli ed &egrave; introdotta da un imponente ingresso in muratura costruito nel 1889. Da qui si accede ad un cortile la cui forma trapezoidale accentua l'effetto scenico, favorito dalla particolare percezione prospettica dello spazio ed impreziosito dalla ricchezza dell'intera casa, volta ad evidenziare il ruolo sociale dei Devilla nella comunit&agrave; aritzese. Esponenti della borghesia agraria e professionale i Devilla sono stati infatti dal 1800 appaltatori dell'industria della neve (Signori della neve) fino all'estinzione di questa attivit&agrave; avvenuta agli inizi del sec. XX. Il corpo pi&ugrave; antico della dimora, posto a sinistra dell'ingresso, pu&ograve; essere datato intorno al XVII secolo; un secondo intervento, comprendente la parte destra della struttura, incluso il cortile che funge da raccordo tra le due parti, &egrave; ascrivibile al 1800.</p>
<p>Il primo nucleo rispecchia i canoni delle case di montagna nel Gennargentu, sia nell'uso dei materiali che nella forma: della vecchia balconata in legno, sostituita al piano terra dal portico e al piano superiore da un corridoio chiuso, si conservano ancora le bellissime doppie mensole in legno intagliato.<br />Al piano terra troviamo un cortile pavimentato con un antico ciottolato in pietra locale, contornato da un portico con le arcate aperte che corre sui tre lati dai quali si accede ad ambienti posti a quote diverse. Nel cortile trov&ograve; la morte il poeta vernacolare Bachis Sulis colpito da mano assassina nel 1838. La presenza di cassettoni veneziani perfino nelle cantine per le derrate alimentari ne tradisce la antica origine gentilizia.</p>
<p>&nbsp;</p><p style='display:none'>cat_news</p>]]></description>
<link>https://www.museoaritzo.ollsys.com/index.php/tzente/articoli/16</link>
<pubDate>Thu, 18 Sep 2025 10:33:11 +0000</pubDate>
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	<title><![CDATA[Prigioni Spagnole di Sa Bovida]]></title>
<description><![CDATA[<p>La struttura risalente al secolo XVI, manufatto dotato di volta a sesto acuto che mette in comunicazione la parte bassa con quella alta del borgo, costruita con pietre e legno, documenta la vita in un ambiente carcerario nei secoli passati fino alla met&agrave; del sec. XX. Sezione ubicata nel centro storico, in una cornice di dimore tradizionali di montagna, l'edificio ospita la mostra permanente su Magia e Stregoneria in Sardegna tra il XV e il XVII secolo, assurgendo a vero e proprio Museo specializzato in questo settore e caso unico nella realt&agrave; etnografica isolana. L'esposizione che fa uso di reperti originali in contesti altrettanto coerenti con il periodo storico documentato, focalizza l'attenzione sulle pratiche magico-stregoniche e sull'attivit&agrave; repressiva inquisitoriale, a partire da alcuni processi a streghe locali storicamente accertati, di cui vi &egrave; prova documentaria presso l'Archivio de la Corona d'Aragon di Barcellona. I materiali esposti riguardano gli oggetti impiegati nella produzione di rituali magici sia malefici che a sfondo divinatorio o curativo, nonch&eacute; gli oggetti con funzione e potere apotropaico. Seguono gli strumenti della repressione inquisitoriale e carceraria in generale: strumenti per la tortura del fuoco, il cavalletto, il potro, la garrucha, la frusta, nonch&eacute; strumenti di immobilizzazione: catene munite di collare, il ceppo e la gogna. In ultimo sono esposti gli strumenti di coercizione psicologica, quali il sanbenito, una veste penitenziale che veniva fatta indossare a eretici o streghe, assoggettandoli al ludibrio della comunit&agrave;. Di forte impatto emotivo gli ambienti: &ldquo;la camera del tormento&rdquo;, le anguste celle femminili e infine l'orrida cella sotterranea degli uomini, munita di catena e con accesso dal corpo di guardia attraverso dalla botola.</p><p style='display:none'>cat_news</p>]]></description>
<link>https://www.museoaritzo.ollsys.com/index.php/tzente/articoli/15</link>
<pubDate>Thu, 18 Sep 2025 10:14:58 +0000</pubDate>
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	<title><![CDATA[Carcere Spagnolo 'Sa Bovida']]></title>
<description><![CDATA[<p>Ad&nbsp;<strong>Aritzo</strong>&nbsp;una stretta scalinata conduce ad una vecchia e massiccia costruzione del&nbsp;<strong>Seicento</strong>&nbsp;adibita, fino agli anni Quaranta del secolo scorso, a&nbsp;<strong>carcere</strong>&nbsp;di massima sicurezza. Nel 1793 vi furono tenuti prigionieri alcuni ufficiali francesi, catturati durante un tentativo di sbarco da parte di Napoleone.</p>
<p>L&rsquo;edificio, realizzato con pietra scistosa, fango e legno di castagno, &egrave; caratterizzato da un sottopassaggio a sesto acuto, di origine spagnola, chiamato &ldquo;<strong>sa bovida</strong>&rdquo; (la volta). Gli ambienti interni, oggi completamente ristrutturati, comprendono quattro locali che anticamente erano utilizzati come postazione di sorveglianza e come celle femminili e maschili.</p>
<p>Uno di questi ambienti &egrave; privo di qualunque apertura alle pareti, tant&rsquo;&egrave; che in tempi recenti &egrave; stato aggiunto un portone che ne permette l&rsquo;utilizzo. Nel cortile interno si trova un&rsquo;antica&nbsp;<strong>meridiana</strong>.</p>
<p>Il percorso espositivo si sviluppa nei vari ambienti e comprende l&rsquo;allestimento di una mostra permanente intitolata &ldquo;Bruxas&rdquo;, dedicata alla&nbsp;<strong>magia</strong>&nbsp;e alla&nbsp;<strong>stregoneria&nbsp;</strong>in Sardegna tra XV e XVII secolo. Un&rsquo;approfondita ricerca storica ha consentito di incentrare la scelta espositiva su oggetti rituali di tipo religioso, magico e stregonesco che coinvolgono emotivamente il visitatore e lo introducono al mondo delle credenze popolari e delle pi&ugrave; terribili maledizioni.</p>
<p>Una parte della mostra &egrave; dedicata all&rsquo;<strong>Inquisizione</strong>&nbsp;e comprende una collezione di strumenti di tortura, utilizzati per secoli su migliaia di innocenti, accusati di stregoneria e di malefici.</p>
<p>Carcere spagnolo &ldquo;Sa bovida&rdquo;I suggestivi locali delle vecchie carceri spagnole fanno rivivere le drammatiche condizioni dei carcerati, al tempo in cui il prigioniero viveva in assoluta privazione di qualsiasi diritto umano. La visita guidata permette di approfondire la conoscenza sulle antiche storie e i racconti di diavoli e streghe in un crescendo di magia, fascino e mistero.</p><p style='display:none'>cat_news</p>]]></description>
<link>https://www.museoaritzo.ollsys.com/index.php/tzente/articoli/12</link>
<pubDate>Tue, 02 Sep 2025 11:19:56 +0000</pubDate>
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	<title><![CDATA[Aritzo celebra Antonio Mura]]></title>
<description><![CDATA[<p>Antonio Mura nato ad Aritzo il 12/01/1902 &egrave; stato un pittore ed incisore, tra i pi&ugrave; rinomati del 900 sardo. Studia presso il liceo classico di Cagliari per poi proseguire a Roma i suoi studi, presso l&rsquo;Accademia di Belle Arti. Partecipa a numerose mostre ed esposizioni, dove vinse prestigiosi premi, e vediamo il suo nome in citt&agrave; come Milano, Torino, Berlino, Beirut, Venezia e ovviamente le citt&agrave; della Sardegna.<br />Fervente cattolico &egrave; autore di innumerevoli pale d&rsquo;altare, che sono conservate presso le chiese sarde e romane. Particolare attenzione rivolgiamo alle opere presenti nel Santuario di Nostra Signora di Bonaria; colori, volti ed espressivit&agrave; che rimandano ad una pia devozione. Sono opere notevoli per dimensioni, composizione, armonia ed esecuzione pittorica. Tra le varie opere da lui firmate dobbiamo ricordare il ritratto che fece al Santo Padre Pio XII per il quale fu chiamato direttamente dalla Santa Sede per le sue capacit&agrave; artistiche.<br />Mura muore a Roma il 7/04/1972 in seguito ad un intervento chirurgico andato male.<br />Oggi il comune di Aritzo vuole ricordarlo attraverso uno spazio a lui dedicato: il Museo Mura, che ha sede nell&rsquo;ex municipio in Pratz&rsquo;e Iscola; dove la curatrice Simona Campus ha dato vita alla mostra permanente in suo onore.<br />Uno spazio a lui dedicato con le sue maggiori opere, e tante altre donate al comune da privati e dai suoi familiari; uno spazio che lega l&rsquo;artista con i suoi compaesani, per mostrare e celebrare la grandezza e bravura di un sardo dei primi del 900. La bellezza che attraverso il tratto pittorico ci riporta in quella Sardegna fatta di tradizioni e di colori, colori dei meravigliosi tessuti sardi che Antonio Mura riporta nelle sue opere. Volti di donne e uomini che sfidano la vita per un mondo migliore.</p><p style='display:none'>cat_news</p>]]></description>
<link>https://www.museoaritzo.ollsys.com/index.php/tzente/articoli/11</link>
<pubDate>Tue, 02 Sep 2025 11:17:44 +0000</pubDate>
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	<title><![CDATA[Ecomuseo della Montagna Sarda]]></title>
<description><![CDATA[<p>Situato in una delle parti pi&ugrave; incontaminate e suggestive del massiccio del Gennargentu, Aritzo &egrave; un importante centro montano che mostra un&rsquo;architettura interessante, caratterizzata da facciate in pietra scistosa e lunghi balconi anticamente in legno, oggi in ferro battuto.<br />Le singole sezioni del museo etnografico ospitano un patrimonio straordinariamente ampio e variegato delle attivit&agrave; pi&ugrave; rappresentative della cultura barbaricina. Il criterio scelto per la disposizione dei reperti, all&rsquo;interno del museo, &egrave; stato quello per tematiche e mestieri.<br />Il percorso museale si articola in due sezioni. La prima ospita una rassegna di costumi tradizionali maschili e femminili e una collezione di maschere ferine locali quali &ldquo;su mamutzone&rdquo;, &ldquo;s&rsquo;ulzu&rdquo; (l&rsquo;orso), &ldquo;sa maltenica&rdquo; (la scimmia) e &ldquo;su boe&rdquo;, tutte realizzate con pelli di capra o di pecora.<br />Nell&rsquo;altro spazio il materiale esposto fa parte della tradizione agro-silvo-pastorale, e cos&igrave; troviamo gli attrezzi del contadino, del boscaiolo, del falegname-intagliatore, del pastore, del fabbro e del bottaio, ma anche gli oggetti relativi alla tessitura, all&rsquo;artigianato e alla sfera magico-religiosa.<br />Importanti anche gli strumenti destinati alla lavorazione e produzione delle candele e alla loro decorazione e un&rsquo;intera raccolta di campanacci, dalle forme e sfumature sonore pi&ugrave; varie.<br />C&rsquo;&egrave; poi un settore interamente dedicato alla produzione della &ldquo;carapigna&rdquo;, sorbetto al limone che un tempo veniva confezionato con la neve raccolta sui monti e custodita nelle &ldquo;neviere&rdquo;, profonde fosse ricoperte di paglia o arbusti. Aritzo, infatti, famosa per l&rsquo;industria della neve, aveva ottenuto dal fisco spagnolo il monopolio della raccolta della neve e, per ben cinque secoli, riforn&igrave; di ghiaccio l&rsquo;intera isola e il Palazzo reale di Cagliari.<br />Chiude il percorso la ricostruzione della cucina tradizionale, con il camino a fuoco centrale e arredata con tutti gli attrezzi dell&rsquo;epoca. Qui &egrave; documentata la catena operativa della panificazione e dell&rsquo;essiccazione e lavorazione delle castagne e si trova esposta anche una collezione di giocattoli.<br />Il museo etnografico fa parte dell&rsquo;articolato sistema museale di Aritzo denominato: &ldquo;Ecomuseo della Montagna Sarda o del Gennargentu&rdquo;, insieme a&rdquo;Casa Devilla&rdquo;, al &ldquo;Carcere Spagnolo Sa Bovida&rdquo;, al &ldquo;Museo Mura&rdquo; e a vari percorsi storico naturalistici, come quello delle antiche Neviere di &ldquo;Funtana Cugnada&rdquo;.</p>
<p><strong>Perch&eacute; &egrave; importante visitarlo</strong><br />Il museo ricostruisce con particolare accuratezza gli ambienti tipici della civilt&agrave; contadina e pastorale degli inizi del secolo e le attivit&agrave; artigianali e commerciali legate alla cultura della Barbagia &ndash; Mandrolisai, esponendo oggetti e arredi originali. Tra gli oggetti pi&ugrave; rari della raccolta, una collezione di antiche cassapanche adibite alla conservazione del pane, della biancheria, del grano e delle castagne note, pi&ugrave; comunemente, col nome di &ldquo;cassa di Aritzo&rdquo; o &ldquo;barbaricina&rdquo;. Da segnalare anche la presenza di sorbettiere in stagno del XVII secolo e un torchio, per vinacce, realizzato a mano, in legno di rovere.</p>
<p><strong>Servizi</strong><br />Accessibilit&agrave; fisica facilitata per visitatori con esigenze specifiche, laboratori didattico-educativi, visite guidate</p><p style='display:none'>cat_news</p>]]></description>
<link>https://www.museoaritzo.ollsys.com/index.php/tzente/articoli/10</link>
<pubDate>Tue, 02 Sep 2025 11:11:35 +0000</pubDate>
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